E’ vero che alcuni cani devono essere sottomessi con la forza?

I cani sono esseri sensienti, provano emozioni, sentimenti e stati d’animo, sono tutti diversi, hanno carattere, personalità e gusti, i loro comportamenti esprimono i loro stati d’animo, la relazione che li lega i loro umani è comparabile a quella tra genitori e figli e la posizione dei proprietari è di super dominanza su di loro.

Se a questo si aggiunge che maltrattare qualcuno è in assoluto un orrore, il ricorso a metodi e strumenti coercitivi per ‘educare’ e ‘addestrare’ i cani dovrebbe essere un non problema, una questione che nemeno si pone, e invece si teorizza ancora ampiamente sulla loro validità e sono ancora comunemente usati.

La punizione è qualcosa di molto più complesso di quello che si pensa

Un chiarimento sulla punizione

Trattare dei metodi per educare i cani richiede un chiarimento sulla punizione, che è una cosa più complessa di quello che si pensa.

Nell’immaginario collettivo la punizione è un atto violento e aggressivo e quella a cui ricorre chi pratica la coercizione è effettivamente tale.

Quando si parla di vita con il cane, però, anche la punizione rientra tra le realtà molto più complesse di quello che si pensa: gli atti violenti e aggressivi sono sicuramente punizioni, infatti, ma non sono l’unica forma, anche atti del tutto non violenti, rispettosi degli individui e del loro benessere sono punizioni (e questi, come servono nell’educazione dei bambini così sono necessari nell’educazione dei cani).

La punizione non violenta e rispettosa

La parola punizione fa pensare a cose brutte ed è difficile credere che si possa fare qualcosa del tutto naturale, senza nemmeno rendersene conto, che è anche una punizione e che aiuta il cane, in modo totalmente rispettoso, a capire cosa deve fare.

Una situazione di cui è stato protagonista Oban dovrebbe contribuire a chiarire le cose.

Oban ha paura dei pavimenti (anche in casa sua si muove con difficoltà e salta da un tappeto all’altro perchè teme di scivolare) e uno degli esercizi utili per insegnargli che poteva affrontarli con serenità prevedeva un ostacolino (tipo quello per i cavalli ma in formato mignon) che lui, richiamato, doveva superare. All’arrivo dall’altra parte uno dei suoi amatissimi biscotti di pasta frolla lo aspettava come premio per lo sforzo fatto.

Una volta non è passato sull’ostacolo, lo ha aggirato – non ha quindi fatto l’esercizio previsto – e arrivato dall’altra parte non ha trovato il biscotto. E’ stata una cosa così semplice e tranquilla, così naturale, addirittura ovvia per certi aspetti, che non me ne sono nemmeno resa conto eppure avevamo usato la punizione, quella gentile e rispettosa.

Gli è bastato trovare il biscotto quando ha superato l’ostacolo e non trovarlo quando lo ha aggirato per capire che doveva superare e non aggirare e oltre al successo nell’immediato (ripetuto l’esercizio altre due volte lo ha fatto alla grande) è anche nettamente migliorato il suo rapporto con il pavimento di casa.

Un classicissimo sistema di gratificazione e punizione, dove nella punizione però non c’è nulla di violento nè aggressivo.

Un problema di termini e di sostanza

C’è poco da sorprendersi che ci siano complicazioni quando due pratiche opposte, una utile e necessaria le altre aberranti e dannose, sono chiamate nello stesso modo.

Per educare, sia i cani sia gli umani, gli atti definiti come punizioni servono, ma si deve trattare di atti rispettosi dell’individuo e del suo benessere e la violenza e l’aggressività non lo sono mai.

Ma c’è cane e cane

Oltre a chi usa la coercizione anche sui cuccioli e rientra nella categoria dei fanatici estremisti, ci sono i possibilisti, quelli che non escludono il ricorso a metodi coercitivi perchè, sostengono, c’è cane e cane e se anche il positive training può andare bene per alcune categorie di cani, ci sono comunque soggetti che hanno bisogno di essere trattati con la forza (ironico, considerato che l’individualità di ciascun cane è uno degli elementi che scredita la coercizione).

I cani che dovrebbero essere trattati con la forza sarebbero quelli giudicati ‘tremendi’ e ‘incorreggibili’ e quelli appartenenti a razze considerate difficili (ad esempio, Pitbull, Amstaff, Akita Inu, Rottweiler, Doberman, Dogo Argentino). Con loro, il ricorso alla coercizione sarebbe qualificabile come ‘A casi estremi, estremi rimedi‘.

Anche no.

La fiducia non si ottiene con i maltrattamenti

Perchè anche no

Le ragioni scientifiche, non ideologiche per cui la coercizione non deve essere usata sono numerose (ce ne siamo occupati tra gli altri qui, qui, qui e qui).

Oggi vediamo perchè non deve essere usata con nessun cane, nemmeno quelli giudicati nel peggiore dei modi.

A differenza di quello che sostengono gli adepti della coercizione, con i cani, anche i molto difficili, non è una questione di forza ma di fiducia: per poter lavorare insieme per prevenire o migliorare situazioni è necessario stabilire un dialogo con il cane; per poter avere un dialogo serve prima conquistare la fiducia del cane e la fiducia non si ottiene maltrattando.

Un secondo aspetto da considerare è la realtà della ‘aggressività’: nella stragrande maggioranza delle situazioni, le manifestazioni aggressive sono sintomo di disagio, di paura e di insicurezza e la aggressività è la strategia a cui il cane ricorre, spesso perchè come è stato gestito gli ha insegnato che è il modo efficace di farlo, per allontanare il pericolo. ‘Dominare’ e maltrattare un cane così impaurito ed insicuro da non riuscire a gestire correttamente le interazioni serve ad aggravare il suo stato e i suoi comportamenti non a migliorarli.

Un terzo tema è quello del cane che ha manifestazioni aggressive non dovute a paura e/o insicurezza: se anche l’addestratore lo ha ‘dominato’, non lo ha educato e i suoi problemi non sono stati nè affrontati nè risolti per cui la gestione all’interno del nucleo familiare resta difficile, per non dire difficilissima e, basata sulla violenza, ha anche un ulteriore potenziale di rischio gravissimo.

Dominare vs. educare

E’ utile ricordare come funziona la coercizione: non interviene sulla causa del problema, non lo affronta e non lo risolve; può inibire i comportamenti del cane e dare così un falso di senso di successo.

Non solo, la violenza e l’aggressività oltre a danneggiare anche irrimediabilmente la relazione con gli umani, porta i cani a chiudersi in se stessi, a non imparare cosa ci si aspetta da loro, a pensare che non hanno alternative alla sofferenza (la atroce impotenza appresa) e/ a diventare ancora più aggressivi per difendersi da chi li maltratta.

Il lavoro nel contesto del rinforzo positivo mira alla costruzione di una relazione di fiducia e di dialogo con il cane, necessari per lavorare insieme per migliorare la vita insieme e creare un contesto in cui il cane volontariamente si comporta come ci si aspetta da lui/lei. A differenza di quello che si dice, il metodo cognitivo non esclude la punizione, la usa ma è una punizione rispettosa dell’individuo e del suo benessere.

Oltre al metodo, c’è una differenza fondamentale tra il sottomettere con la coercizione e il collaborare con il rinforzo positivo: sottomettere mira ad annullare il cane, forzarlo a conformarsi ad aspettative umane anche se sono in conflitto con la sua natura.

Usare il rinforzo positivo e la punizione rispettosa dell’individuo e del suo benessere educa il cane, interviene sul modo in cui percepisce e affronta la situazioni ma lo annulla; educa anche gli umani ad accettare, rispettare, e amare il cane per chi è e ad adattare le proprie aspettative a chi è il cane nella consapevolezza che il cane che si sente compreso da il suo meglio per i suoi umani.

La mente dei cani

L’idea che con alcuni cani l’uso della coercizione sia necessario è fallata anche su un altro fronte: trascura il fatto che la mente dei cani funziona allo stesso modo, indipendentemente dalla razza, dalla taglia e dal peso: tutti i cani hanno motivazioni e motivatori, per tutti i cani i proprietari sono come genitori e il positivo è preferibile al negativo.

I comportamenti dei cani, di tutti i cani, sono l’espressione della loro predisposizione genetica, dall’appartenere a quella o all’altra razza (o mix di), predisposizione individuale, carattere, personalità, storia e gestione da parte dei proprietari.

Visto questo, ritenere che i comportamenti di qualcuno richiedano abusare di lui/lei per ‘metterlo a posto’ non ha giustificazioni.

In conclusione

  • Con il termine punizioni si definiscono sia atti violenti e aggressivi sia atti rispettosi dell’individuo e del suo benessere
  • Le punizioni intese come atti rispettosi dell’indivudo e del suo benessere, correttamente usate, servono per educare i cani (come gli umani, d’altronde)
  • Le punizioni come atti violenti e aggressivi non sono mai giustificate
  • Non esistono categorie di cani o razze che giustificano l’uso di punizioni violente e aggressive
  • L’etologia dei cani e la natura della relazione umano-canina rendono scientificamente più valido l’uso di metodi educativi basati sul rinforzo positivo e la punizione rispettosa dell’individuo e del suo benessere

In collaborazione con Sara de Cristofaro, educatore cinofilo, e co-autrice del best-seller Senti chi Abbaia

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Lauretana

La mamma umana di Oban, autrice di Senti chi Abbaia. Ama la montagna, leggere e scrivere, ha un debole per la mozzarella. Pensa che i cani siano creature straordinarie e la vita con loro un'esperienza meravigliosa. Come il suo peloso, è riservata e abbastanza timida. Tra i suoi amici più cari, due quadrupedi, Baffina, che abita vicino a casa, e Robin, che è andato in cielo e resterà per sempre nel suo cuore.

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