Quando il Cane è ‘troppo bravo’: cosa si nasconde dietro la docilità

Nella relazione con il Cane la docilità dell’animale è ancora celebrata come la virtù principale: il Cane “semplice”, “facile”, che non si oppone mai, che è malleabile, discreto e accomodante è considerato il compagno ideale.

In realtà la docilità eccessiva è molto meno un pregio di quello che si pensa perchè può essere indicativa di annullamento comportamentale ed emotivo.

Il Cane tanto docile è un Cane che rinuncia sistematicamente alla propria iniziativa e ciò significa che ha ha imparato, spesso già da piccolino, che la sua volontà non ha alcun valore funzionale e le scienze cognitive e le neuroscienze animali ci dicono che il Cane è dotato di una cognizione sociale sofisticata, di un ricco repertorio emotivo e di una reale capacità di costruire rappresentazioni di sé e dell’ambiente e non può soddisfarsi dall’essere un semplice contenitore di richieste.

Il rinforzo e la plasticità emotiva

Il cervello del Cane, come quello di ogni mammifero sociale, adatta i propri circuiti neuronali in base all’esperienza e il Cane che fin dai primi mesi di vita scopre che prendere iniziative comporta sgridate, tensione o un ritiro sociale da parte dei suoi umani attiva ripetutamente i circuiti dello stress (l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene).

Al di là degli effetti sulla salute fisica e mentale, nel lungo periodo ciò porta al fenomeno della inibizione appresa, la diminuzione del comportamento esplorativo e della spontaneità. Prima di arrivare a questo estremo, in molti Cani si osserva la perdita della capacità di godere di una passeggiata all’aperto, perdita legata all’attesa di una richiesta, di un ordine, di un’azione che dia senso alla situazione. In altre parole, il Cane non sa più agire da solo, nemmeno in un ambiente naturale

Le basi neuropsicologiche della motivazione

I sistemi dopaminergici coinvolti nell’esplorazione, nella curiosità e nell’iniziativa si sviluppano quando l’iniziativa è incoraggiata, valorizzata o semplicemente accettata. Quando un Cane non sperimenta mai l’efficacia delle proprie scelte, questi circuiti sono poco stimolati e il risultato è un impoverimento motivazionale, paragonabile a una forma di rassegnazione.

Perdita di motivazione e perdita di autonomia sono spesso strettamente collegate e infatti il Cane molto rapidamente avrà anche difficoltà a restare solo.

Lo sviluppo socio-cognitivo

Gli studi sulla cognizione canina mostrano che il Cane costruisce la propria autonomia relazionale imparando due cose fondamentali:

  • ciò che i suoi umani si aspettano da lui/lei;
  • ciò che lui/lei stesso/a si aspetta da sé e dalla vita. Per questo si deve conoscere.

Quando esiste solo la prima dimensione, l’animale si riduce a diventare un’estensione delle aspettative umane; in altra parole, il suo “sé” si dissolve in quello del suo umano.

Questo problema non è innato, nel senso che nessun Cane nasce annullato e il Cane eccessivamente docile non è “naturalmente facile”, ha imparato che esprimersi non serve a nulla o, peggio, è pericoloso.

Prima di opporsi apertamente il Cane invia segnali sottili e una educazione autoritaria o esclusivamente centrata sulla richiesta e sull’azione può portare all’estinzione di questi segnali. Il silenzio comportamentale – ovvero la soppressione delle micro-espressioni di stress o di disagio – che ne deriva è troppo spesso interpretato come bravura, in realtà è un importante segnale di allarme perché indica che non ci sono nè sicurezza nè fiducia nei confronti degli umani, che invece sono fondamentali nella relazione umano-canina.

L’impoverimento emotivo

Il Cane troppo docile vive meno esperienze autodeterminate, si conforma senza comprendere, si ‘robotizza’, nel senso che il ventaglio delle sue emozioni è limitato e così la sua capacità di autoregolare i propri stati interni. Aumenta quindi il rischio di comportamenti eccessivi, esplosivi, perchè il Cane che non ha potuto esprimere segnali deboli spesso finisce per manifestare segnali forti: paura intensa, reazioni brusche o aggressive. E’ la conseguenza logica di un sistema che è stato privato delle sue valvole di sfogo.

La dipendenza affettiva

Non percependosi come un individuo a sé stante, il Cane vive per procura, si affida completamente allo sguardo, alle decisioni e alle emozioni dei suoi umani e ciò crea una relazione asimmetrica, raramente sana, e porta frequentemente a disturbi d’ansia, soprattutto in caso di separazione.
Il pensiero è più o meno questo “Non mi hai mai considerato come qualcuno, esisto attraverso di te quindi, quando te ne vai, non sono più nessuno.

Difficoltà nell’apprendimento successivo

L’inibizione iniziale compromette anche la capacità del Cane di apprendere in seguito: i circuiti neuronali legati all’iniziativa, non essendo stati sufficientemente stimolati rendono l’apprendimento più lento e fragile e la ricostruzione di una autostima comportamentale – cioè la fiducia nella validità delle proprie azioni – è un lavoro lungo, paragonabile a una vera e propria riabilitazione.

Conclusione

Il Cane che non si oppone mai e obbedisce sempre può sembrare semplice ma è una creatura che si è annullata, che ha imparato a tacere nello stesso momento in cui ha imparato a obbedire. Non ha imparato a esistere nè a conoscersi così come non ha imparato ad esplorare il mondo né a sperimentare il valore delle proprie azioni; è privato di volontà propria non ha autostima. E’ una condizione invisibilmente distruttiva, nel lungo periodo devastante per la relazione umano-canina. A ciò si aggiunge che ricostruire l’autostima cancellata è molto difficile.

Il Cane docile non è ideale e non deve essere un ideale, è invece uno specchio silenzioso in cui si riflette il desiderio umano di controllo.

La sfida non è rinunciare a fare richieste al proprio Cane per paura di inibirlo, assolutamente no. Ciò vhe serve è seguire un modello educativo che lo riconosca come individuo, in cui la alterità del Cane è rispettata anche nelle richieste che gli sono fatte, come si farebbe con qualsiasi essere umano, adulto o bambino che sia.

La scienza dell’educazione sottolinea l’importanza:

  • di sollecitare la partecipazione attiva del Cane;
  • di lasciare spazio a un’iniziativa controllata;
  • di lodare con sincerità sia il risultato sia l’impegno;
  • di creare contesti in cui l’errore è possibile e non è mai punito;
  • di diversificare le esperienze per nutrire la plasticità cognitiva;
  • di non cadere in una relazione basata esclusivamente sulla distribuzione di bocconcini perché il gesto della ricompensa alimentare spesso diventa meccanico e allontana da una relazione diretta e sincera;
  • di guardare il Cane come si guarda un altro, di parlargli come si parla ad un altro, e aiutarlo come si aiuta davvero.

Accompagnare il Cane significa permettere l’emergere della sua individualità non cercare la sua docilità, significa fare dell’educazione uno spazio in cui umano e Cane crescono affermando chi sono non uno strumento per conformare.

L’educazione equilibrata include sia l’atto consapevole dell’ascoltare sia quello del proporre, del concedere e del decidere, del seguire e dell’esistere. Non è permissiva, non è controllante. È fatta di sfumature e di giusta misura.

Fonte: Audrey Ventura, cynoconsult

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Lauretana

La mamma umana di Oban, autrice di Senti chi Abbaia, ama la montagna, leggere e scrivere, ha un debole per la mozzarella. Pensa che i cani siano creature straordinarie e la vita con loro un'esperienza oltre l'immaginabile che, incredibile ma vero, si scopre nella sua straordinarietà ogni giorno, anche dopo tanti anni con il cane.

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