Come riconoscere il Cane timido e cosa fare

Nei Cani (come nei bambini) la timidezza si riferisce al modo di entrare in relazione con il mondo piuttosto che ad un deficit comportamentale. Infatti non è un disturbo del comportamento ma un tratto della personalità e/o del carattere.

Timidezza non è nè paura nè ansia

La paura è una emozione primaria ed universale associata ad una attivazione fisiologica intensa a fronte di un elemento percepito come un pericolo, genera una risposta di evitamento, di fuga o di inibizione e chi si sente messo alle strette, per la paura può ricorrere all’aggressione.

La timidezza è un’altra cosa, è riservatezza sociale, prudenza a fronte della novità, quando è normale è adattiva e non è accompagnata da paura o panico. Il Cane timido si comporta in modo diverso dal Cane veramente ansioso, il quale ha manifestazioni fisiologiche come ansimare e/o tremare e comportamentali come ipervigilanza e postura bassa.

I timidi hanno bisogno di tempo prima di interagire, sono prudenti nelle esplorazioni, durante le quali possono anche avere una certa esitazione; sono momenti in cui fanno scelte, ad esempio ‘Non vado subito’ oppure ‘Mi allontano e torno più tardi’, che sono essenziali per l’adattamento (da notare che è stato scientificamente osservato che i timidi sono spesso più attenti nell’osservazione dell’ambiente), comportamenti e processi mentali che si cerca di insegnare ai Cani impulsivi che scelgono troppo rapidamente la azione o l’interazione senza prendersi il tempo di analizzare la situazione e la vera natura di una potenziale minaccia.

Il valore adattivo della timidezza

Da un punto di vista evolutivo la prudenza è una strategia di sopravvivenza e in un gruppo sociale, che si tratti di un gruppo di Cani o di una classe di bambini non fa differenza, i diversi temperamenti favoriscono l’adattamento collettivo. In altre parole, non esiste una gerarchia di valore tra i diversi tratti.

Nei suoi studi su quelli che ha definito individui altamente sensibili, Elaine N. Aron ha mostrato che hanno una profondità di elaborazione delle informazioni, una forte capacità di analisi e una grande sensibilità ai segnali sottili e nella etologia applicata è stato osservato che i Cani più riservati sono spesso più attenti ai micro segnali degli umani e dell’ambiente, sono più bravi a leggere le interazioni sociali e nell’analisi contestuale (seguire un gesto umano di puntamento, distinguere le espressioni del viso umano, adattare il proprio comportamento secondo l’attenzione umana, comprendere le sottigliezza delle comunicazioni degli altri Cani, etc….).

Non solo, la timidezza è generalmente associata ad una minore messa in atto di comportamenti impulsivi, probabilmente perchè il Cane timido tende a raccogliere più informazioni prima di agire.

In altre parole, i timidi hanno meno azione immediata e, potenzialmente, più elaborazione del contesto, in un fenomeno coerente con quella che in etologia viene definita la strategia “attenta–reattiva” piuttosto che “impulsiva–esplorativa”.

Il rispetto è tanto importante

Nel bambino, la pressione sociale del ‘Esci dal tuo guscio’ o ‘Non essere timido’ tende ad aumentare l’ansia; le ricerche in psicologia dello sviluppo mostrano che forzare l’esposizione può trasformare una semplice riservatezza in vera e propria ansia sociale.

Lo stesso discorso si applica ai Cani: l’esposizione forzata a situazioni che il Cane percepisce come invadenti può provocare uno spostamento dalla riservatezza alla paura e dall’osservazione alla inibizione e quando i comportamenti naturali entrano in conflitto tra loro si crea una tensione interna che alla lunga porta all’emergere di atteggiamenti difensivi.

Quello che la timidezza richiede è rispetto.

Rispettare la timidezza vuol dire lasciare il tempo di osservare, evitare le sollecitazioni invadenti, valorizzare le iniziative spontanee, costruire fiducia attraverso la prevedibilità e ciò significa anche proteggere la creatura che è sotto la propria responsabilità.

Questo approccio si avvicina ai principi dell’attaccamento descritti da John Bowlby: la sicurezza relazionale favorisce l’esplorazione autonoma, un bambino che si sente al sicuro esplora di più. Secondo la teoria di Bowlby, la figura di attaccamento funziona come una base sicura che permette di esplorare l’ambiente sapendo di poter tornare a un riferimento protettivo in caso di incertezza o paura.

Per i Cani è lo stesso.

La timidezza è mai un problema?

Un problema di comportamento implica una sofferenza manifesta, una alterazione duratura del funzionamento, una incapacità di adattamento ai contesti ordinari e la timidezza non risponde a nessuno di questi criteri. Può diventare problematica se è accompagnata da distress costante, se impedisce ogni tipo di interazione e se genera reazioni sproporzionate.

In altre parole, non è la timidezza ad essere il problema ma lo stato emotivo sottostante.

Cosa fare se il proprio Cane è timido

Nei Cani, come nei bambini, riconoscere la timidezza come un tratto del carattere e/o della personalità legittimo porta ad accettare la diversità, a non fare paragoni e a non stigmatizzare.

La timidezza non deve essere corretta, ma bisogna prevenire la paura, evitare l’immobilismo e sostenere la fiducia in sé. Ciò si fa rispettando i tempi del Cane (come del bambino): quando i suoi ritmi sono riconosciuti e rispettati, il temperamento riservato può esprimere le sue forze naturali, che sono fondamentalmente la riflessività, la sensibilità e il discernimento.

Come accennavamo all’inizio, la timidezza non è un deficit comportamentale, è una forma di adattamento prudente al mondo e con i Caani (come con i bambini) sono cruciali la comprensione, la pazienza e la sicurezza del quadro relazionale.

In altre parole, il rispetto che si ha verso la timidezza e il Cane timido determina se diventa fragilità o ricchezza. Sia per i Cani sia per i bambini, l’abitudine a forzare i timidi ad interagire e/o spingerli verso l’ignoto quando cercano la sicurezza del genitore crea problemi dove prima non c’erano .

Fonte: Audrey Ventura, Cynoconsult

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Lauretana

La mamma umana di Oban, autrice di Senti chi Abbaia, ama la montagna, leggere e scrivere, ha un debole per la mozzarella. Pensa che i cani siano creature straordinarie e la vita con loro un'esperienza oltre l'immaginabile che, incredibile ma vero, si scopre nella sua straordinarietà ogni giorno, anche dopo tanti anni con il cane.

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