Il tecnico veterinario e il nursing evoluto: la guarigione del Cane non è solo clinica

Il veterinario è una figura fondamentale nella vita dei proprietari e del Cane e trovare quello giusto fa veramente la differenza.

Per giusto in questo caso intendo che il medico è bravo, preparato e onesto e poi, valore aggiunto, è in grado di offrire ai suoi pazienti ciò di cui hanno bisogno in qualsiasi situazione, o perché lavora in una struttura veterinaria complessa (un ospedale veterinario) o perché ha referenti in una o più di queste strutture e in caso di bisogno indica ai proprietari non solo dove andare ma anche a chi rivolgersi e continua a seguire il suo paziente relazionandosi direttamente con il gruppo che lo ha preso in carico.

E’ noto che per i Cani le visite veterinarie sono di base pesanti dove pesante, a seconda dei soggetti e della situazione, ha diversi significati che vanno dalla ‘semplice’ fatica al grande stress, con tutti i diversi gradi che ci sono tra i due estremi (la difficoltà delle visite veterinarie per i Cani è una questione tanto importante e riconosciuta che ci sono stati diversi studi scientifici dedicati al tema e a ciò che professionisti e proprietari possono fare per renderle meno gravose per gli animali).

E con questo abbiamo introdotto l’argomento di oggi, o meglio la intervista, a Damiano Merlini, tecnico veterinario, esperto in Pronto Soccorso, Nursing Evoluto e Terapia Intensiva, specializzato in gestione dei NAC e approccio neurofisiologico al paziente che dedica la sua vita al benessere animale in ambito di ricoveri, interventi, cure mediche ed è una figura di riferimento importantissima per i proprietari.

L’ho conosciuto leggendo i suoi post su Linkedin, uno più interessante dell’altro, da cui traspira, oltre alla grande professionalità e competenza, un profondo rispetto per gli animali. Mi sono quindi fatta coraggio e gli ho mandato un messaggio chiedendo se era disponibile per una intervista. Gentilissimo, ha accettato per cui eccoci qui.

Caro Damiano, grazie di cuore per il tempo che ci dedichi.

Puoi raccontarci chi è il tecnico veterinario?

Il tecnico veterinario è un professionista sanitario che si occupa della gestione clinica e del nursing evoluto del paziente. Da un lato c’è la parte operativa e fondamentale: la somministrazione delle terapie prescritte dal medico, il monitoraggio costante dei parametri vitali e l’esecuzione di procedure tecniche complesse. Siamo noi a gestire i prelievi, le medicazioni e il controllo dei macchinari che tengono monitorato il paziente in ogni istante.
Il tecnico però non è un semplice esecutore, il suo valore aggiunto sta nel modo in cui queste procedure sono eseguite: il medico stabilisce la cura e il tecnico garantisce che ogni intervento clinico avvenga nel rispetto della stabilità sensoriale ed emotiva dell’animale.
Inoltre, siamo il ponte fondamentale con i proprietari: il nostro compito è istruire le famiglie, trasformando il protocollo medico in istruzioni pratiche e comprensibili per la gestione della convalescenza a casa.
In sintesi, il tecnico è il cuore operativo della clinica: unisce competenze tecniche rigorose a una profonda capacità di lettura del paziente, assicurando che la qualità della cura sia costante e dignitosa in ogni fase del percorso clinico. E’ il garante del benessere del paziente durante la degenza, colui che modula l’ambiente e le manipolazioni per ridurre lo stress e il dolore mentre esegue le terapie.

In quale tipo di struttura lavora il tecnico veterinario?

Il tecnico è ormai una figura trasversale, lo trovi nel piccolo ambulatorio, dove spesso è il braccio destro del medico in ogni fase della giornata, fino ai grandi ospedali veterinari e ai centri di referenza h24, dove il ruolo diventa estremamente settoriale e specializzato, dalla terapia intensiva all’assistenza in chirurgia.

Di quali animali ti occupi?

Mi occupo prevalentemente di animali d’affezione, quindi Cani e gatti, ma con una forte specializzazione nei cosiddetti NAC, i nuovi animali da compagnia, che includono conigli, piccoli roditori, furetti e rettili. Ho inoltre il privilegio di lavorare in una struttura che gestisce quotidianamente animali esotici e fauna selvatica, un ambito che richiede un livello di competenza tecnica molto elevato.
Occuparsi di specie così diverse tra loro significa saper declinare il concetto di nursing in modo specifico per ogni individuo. Un coniglio o un animale selvatico hanno necessità ambientali, parametri vitali e segnali di stress completamente differenti da quelli di un Cane. In questi casi, la capacità del tecnico di leggere i micro-segnali di disagio diventa ancora più vitale, perché parliamo di specie che per natura tendono a mascherare il dolore e la malattia. Lavorare con gli esotici e i selvatici è una sfida costante che mi ha permesso di affinare un approccio estremamente delicato e rigoroso, dove la precisione del monitoraggio clinico deve viaggiare di pari passo con il massimo rispetto per l’etologia di ogni singola specie.

Quali sono i tuoi compiti e le tue responsabilità?

Le mie responsabilità si muovono su due binari paralleli che si intrecciano costantemente. Il primo è quello clinico-operativo: ho la responsabilità diretta della somministrazione delle terapie, dell’esecuzione di prelievi e procedure tecniche, e del monitoraggio costante dei parametri vitali, specialmente in contesti critici come il pronto soccorso o la terapia intensiva. In questo ambito, la mia responsabilità è la precisione assoluta e la capacità di reazione immediata di fronte a una variazione dello stato del paziente. Quando scatta l’emergenza, il mio compito primario è quello di allertare tempestivamente il medico e fornirgli dati utili e precisi, permettendogli di avere immediatamente un quadro chiaro per intervenire con la massima efficacia.
Il secondo binario è quello del nursing avanzato e della gestione del benessere. Ho il compito di essere la sentinella del sistema nervoso dell’animale. Questo significa analizzare l’ambiente, modulare le luci, i suoni e il contatto fisico per evitare che il dolore o la paura si trasformino in un trauma. È mia responsabilità garantire che ogni manipolazione clinica avvenga nel rispetto della dignità del paziente, utilizzando un handling consapevole che favorisca la collaborazione invece della contenzione forzata.
Infine, ho una responsabilità educativa importante verso i proprietari. Spetta a me tradurre il percorso clinico in istruzioni pratiche e strumenti di comprensione, affinché la famiglia diventi parte attiva del processo di guarigione a casa.
In sintesi, il mio compito è far sì che l’eccellenza della terapia medica sia sostenuta da un’assistenza tecnica e sensoriale altrettanto eccellente, garantendo al paziente una continuità di cura che va dalla gabbia della degenza fino al divano di casa.

In uno dei tuoi bellissimi post hai scritto che la pelle del Cane è una tastiera biologica

Definisco la pelle una ‘tastiera biologica’ perché è l’interfaccia sensoriale più estesa tra il mondo esterno e il sistema nervoso. Ogni volta che tocchiamo un Cane, stiamo premendo ‘tasti’ (i meccanorecettori) che inviano al cervello messaggi di sicurezza o di allerta.
Imparare a ‘suonare’ correttamente questa tastiera permette di modulare la risposta del paziente durante le procedure cliniche ma è utile ricordare che è un approccio universale, proprio perché si basa sulla fisiologia è un metodo che trova applicazione in ogni contesto di manipolazione professionale, come ad esempio la toelettatura. Saper toccare il Cane nel modo giusto e rispettare i suoi tempi sensoriali fa la differenza tra un’esperienza traumatica e un momento di cura sereno, a prescindere dal fatto che ci si trovi in una clinica o in un salone.
Molte di queste tecniche possono essere ripetute a casa dal proprietario, se opportunamente formato: questo garantisce al Cane una continuità fondamentale nella gestione dello stress e del dolore. Il presupposto imprescindibile, però, rimane sempre la collaborazione professionale: informare il Medico Veterinario curante e agire sotto il suo consenso è la base di ogni protocollo di nursing serio, per garantire che ogni stimolazione sia coerente con il piano clinico.

Quali sono i fattori che influiscono sul successo, o insuccesso, del recupero di un paziente?

Indubbiamente al primo posto ci sono diagnosi e terapia medica ma è ormai assodato che l’efficacia delle cure aumenta esponenzialmente se affiancata da protocolli di nursing evoluti. Mi riferisco alla gestione dell’ambiente (suoni, luci, odori), all’handling mirato e alla capacità di leggere quei segnali corporei sottili che spesso passano inosservati, ma che indicano uno stato di allerta o di dolore.
Tornando alla metafora della tastiera, il percorso clinico è come un’orchestra: il Medico è il direttore, ma se gli strumenti (le varie competenze) non sono accordati tra loro, la sinfonia fallisce. Se ognuno suona per conto proprio, non solo la musica è dissonante, ma il paziente ne paga il prezzo in termini di stress e tempi di recupero più lunghi. Il successo del recupero sta proprio in questa armonia tra cura medica e nursing consapevole.

Quali sono i segnali a cui bisogna prestare attenzione quando si è dal veterinario con il proprio Cane?

Dobbiamo imparare a guardare oltre i segnali macroscopici come il tremore o l’ansia manifesta.
Il rischio più grande in ambulatorio è scambiare l’immobilità per tranquillità. Spesso un Cane che sta fermo sul tavolo non è “bravo”, ma è in blocco (freezing): uno stato di allerta massimale dove il sistema nervoso è letteralmente congelato dalla paura. Bisogna poi prestare attenzione ai micro-segnali di disagio: il leccamento frequente delle labbra, lo sbadiglio fuori contesto, l’evitamento dello sguardo o la comparsa della parte bianca dell’occhio (whale eye). Anche la tensione muscolare del muso e la rigidità della coda dicono molto più di un latrato.
Saper leggere questi segni permette a noi e al proprietario di intervenire prima che la soglia di tolleranza sia superata, trasformando la visita da un’esperienza traumatica a una procedura collaborativa.

Cosa si può fare quando il Cane è letteralmente intrattabile, nel senso che non si fa toccare, diventa una belva se qualcuno si avvicina, etc.?

Quando un Cane arriva a reagire in modo estremo, significa che la sua soglia di tolleranza è stata ampiamente superata e che il suo sistema nervoso è in modalità di pura sopravvivenza. La prima cosa da fare è un passo indietro: non bisogna mai entrare in conflitto o cercare di vincere una sfida di forza, perché questo confermerebbe al Cane che siamo una minaccia, rendendo ogni manipolazione futura impossibile.
Il primo intervento deve essere ambientale e comunicativo. Possiamo provare a cambiare stanza, abbassare le luci, eliminare i rumori molesti e, soprattutto, cambiare il nostro approccio fisico, evitando il contatto diretto o frontale. Lasciare al Cane il tempo di esplorare l’ambiente senza essere toccato permette di abbassare il picco di adrenalina. Dobbiamo cercare quei tasti sulla sua tastiera biologica che comunicano sicurezza, come l’uso di distrattori olfattivi o il rispetto delle sue distanze di sicurezza.
Se nonostante questi accorgimenti la situazione non migliora, bisogna valutare il contesto, se ci troviamo di fronte a un’urgenza clinica che deve essere risolta immediatamente entrano in gioco i protocolli di sedazione. Oggi queste procedure sono estremamente sicure e bilanciate e nonostante prevedano sempre un minimo margine di rischio fisiologico in certi contesti diventano imprescindibili per tutelare la salute dell’animale. In questo caso, il farmaco non è una sconfitta, ma uno strumento di protezione necessario per evitare un trauma psichico profondo al paziente e permettere al medico di agire con la precisione necessaria.

In un altro tuo interessantissimo post parli di recupero non puramente clinico dei pazienti, puoi dirci cosa vuol dire?

Per recupero non puramente clinico intendo la cura dello stato cognitivo ed emotivo del paziente, oltre alla semplice risoluzione della patologia organica. La medicina si occupa di riparare i tessuti, stabilizzare i parametri vitali e far guarire le ferite, ma un animale può essere clinicamente guarito eppure trovarsi in uno stato di profondo trauma o stress cronico a causa di come ha vissuto il percorso di cura.
Il recupero vero avviene quando il Cane non solo torna in salute fisica, ma riacquista fiducia nel contatto umano e la capacità di interagire con l’ambiente senza restare in uno stato di allerta costante. Se ci limitiamo a curare il corpo ignorando ciò che il sistema nervoso ha registrato sulla nostra tastiera biologica durante le manipolazioni, rischiamo di riconsegnare al proprietario un animale fisicamente integro ma psicologicamente fragile o reattivo.
In sintesi, significa passare dal concetto di curare una malattia a quello di prendersi cura di un individuo nella sua interezza. Il successo di un percorso di nursing evoluto si misura anche dalla qualità della relazione che il Cane mantiene con noi e con il proprietario alla fine delle terapie: un paziente che ha imparato a collaborare e che non vive la clinica come un luogo di minaccia è un paziente che ha ottenuto un recupero totale e duraturo.

Il tocco è tanto importante nelle visite veterinarie, è vero che è tanto più di mero contatto fisico?

Assolutamente sì. Il tocco è la forma di comunicazione più diretta e onesta che abbiamo a disposizione, specialmente con un paziente che non può capire le nostre parole. Non è mero contatto fisico: è un vero e proprio trasferimento di informazioni bidirezionale.
Attraverso il tocco noi parliamo direttamente al sistema nervoso del Cane. Possiamo informarlo che siamo una minaccia oppure che siamo una risorsa sicura. C’è una differenza tecnica enorme tra afferrare un arto per eseguire un prelievo e sostenerlo fornendo stabilità: nel primo caso stiamo solo compiendo una manovra clinica, nel secondo stiamo lavorando sulla propriocezione e sul senso di sicurezza del paziente.
Ogni manipolazione deve avere un’intenzione tecnica precisa. Sulla nostra tastiera biologica, la pressione, la velocità e la localizzazione del tocco sono i tasti che decidono se il paziente entrerà in uno stato di difesa o di collaborazione. Imparare a toccare in modo consapevole significa ridurre drasticamente la necessità di contenzione fisica, rendendo la visita un momento di gestione professionale e non uno scontro di forze.

Dicevamo prima che interagisci anche con i proprietari

Assolutamente sì, il tecnico è spesso il principale ponte comunicativo tra la struttura e la famiglia. Questo accade perché, vivendo la quotidianità del ricovero accanto al paziente, diventa per il proprietario la figura di riferimento per tutto ciò che riguarda la gestione pratica ed emotiva dell’animale. Esiste una sorta di soggezione naturale verso il Medico, percepito giustamente come la figura decisionale che deve concentrarsi sulla diagnosi e sulle scelte cliniche; al tecnico è affidato il compito di tradurre quel percorso in termini comprensibili, fornendo supporto e rassicurazione costante. Passando fisicamente molto tempo con l’animale durante il turno, siamo noi a raccogliere quelle piccole sfumature comportamentali che per un proprietario sono fondamentali e che per il Medico diventano dati preziosi per valutare l’andamento della terapia. Siamo la voce dell’animale verso la famiglia e la guida della famiglia verso una comprensione più serena della cura.

Per i proprietari il ritorno a casa con il Cane convalescente può essere molto difficile, è una sensazione che spesso siamo lasciati soli a gestire momenti tanto delicati?

È una sensazione comune e assolutamente legittima: il momento del ritorno a casa è spesso quello in cui ci si sente più vulnerabili. Certamente la reperibilità del team clinico è fondamentale per gestire l’incertezza, ma la vera soluzione non è solo rispondere alle domande, è prevenirle fornendo al proprietario strumenti intuitivi per comprendere la convalescenza.
Il proprietario deve essere messo in condizione di distinguere tra fenomeni normali e attesi (come lievi alterazioni del ritmo sonno-veglia o dell’appetito) e reali segnali d’allarme che richiedono un intervento medico. Per questo ho sviluppato dei protocolli mirati proprio a istruire chi vive con il Cane, trasformandolo da spettatore ansioso a collaboratore consapevole, capace di gestire le situazioni ordinarie con serenità e senza paura.
In questo scenario, la figura del Tecnico Veterinario è centrale: è lui il professionista che deve farsi carico della formazione del proprietario, assicurandosi che abbia le competenze pratiche e le conoscenze necessarie per gestire il paziente a casa. Solo così il nursing diventa un percorso continuo e sicuro che garantisce benessere al Cane e reale tranquillità alla famiglia.

Puoi raccontarci cosa succede ‘dietro le quinte’ di un ospedale veterinario?

L’ospedale è un luogo fatto di persone che, come tutti, hanno preoccupazioni e giornate storte ma che imparano a chiudere tutto in una scatola nel momento in cui iniziano a lavorare. Il nostro è mestiere che non permette distrazioni: ogni gesto deve essere preciso e rispondere a un metodo condiviso.
Il nursing, come la parte diagnostica, chirurgica ecc, non è un atto isolato, ma una staffetta. La parte fondamentale è che ogni turno passi il testimone al successivo senza intoppi, seguendo protocolli comuni che garantiscano la continuità terapeutica indipendentemente da chi sia presente in quel momento. Per far sì che questo meccanismo sia perfetto serve coesione: una struttura funziona davvero quando ha una squadra stabile, dove le persone si conoscono profondamente, sanno quali sono i limiti e i pregi dei colleghi e riescono a completarsi a vicenda in modo naturale.
Purtroppo, uno dei problemi che oggi minano la qualità del lavoro in ambito veterinario è l’eccessivo turnover. Quando le persone cambiano spesso si perde quella memoria storica e quella sintonia che sono fondamentali per la sicurezza del paziente. La continuità del nursing passa inevitabilmente dalla stabilità del team: meno volti cambiano, più il metodo diventa solido e il recupero del paziente veloce.

E’ frequente che i proprietari che notano qualcosa di strano nel proprio Cane chiedano consiglio ad altri proprietari, ad internet, all’educatore, e si rivolgano al veterinario come ultima risorsa. Secondo te perché c’è difficoltà a rivolgersi al veterinario?

E’ un fenomeno complesso che nasce dall’incrocio tra un bisogno psicologico di rassicurazione e un mutamento profondo del sistema veterinario.

Al primo posto c’è purtroppo la trappola della scorciatoia, esiste una serie di figure prive di reali competenze mediche che propongono soluzioni semplici e spesso miracolose a problemi complessi. Il proprietario, nel momento della paura, è un soggetto fragile e cerca il miracolo dove non può essere trovato. Chi suggerisce approcci pseudo-scientifici o rimedi privi di fondamento clinico non vende salute, vende una speranza illusoria che però, alla lunga, si rivela pericolosissima perché ritarda la diagnosi corretta del medico.

C’è poi una realtà oggettiva legata all’evoluzione della medicina veterinaria. Negli ultimi anni abbiamo raggiunto livelli di specializzazione e tecnologia incredibili, ma questo è avvenuto in modo molto rapido che ha trasformato il panorama delle strutture sul territorio. Siamo passati dai piccoli ambulatori di quartiere a grandi centri d’eccellenza e ospedali all’avanguardia e se da un lato questo garantisce cure di altissimo livello, dall’altro ha portato a un aumento inevitabile dei costi che non tutte le famiglie possono sostenere con facilità.

Oggi manca un po’ quella realtà di mezzo: una rete di strutture accessibili che possano gestire con competenza le patologie comuni, delegando ai grandi centri solo i casi di alta complessità. Questa polarizzazione fa sì che molti proprietari, spaventati dall’idea di affrontare spese ingenti per quello che percepiscono come un dubbio minore, si rivolgano prima al web o a figure non mediche.

Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Più che di giornata tipo, nel mio caso ha senso parlare di turno tipo in una realtà di Pronto Soccorso e Terapia Intensiva. Qui l’orologio non conta: l’urgenza non ha orari e il ritmo è dettato esclusivamente dalla gravità dei pazienti che varcano la soglia. Che io entri in servizio alle otto del mattino o alle 8 di sera, la sostanza non cambia: devo essere pronto a passare istantaneamente dal monitoraggio silenzioso di un paziente in degenza alla gestione ad alta intensità di un’emergenza improvvisa.
Il mio lavoro è essere l’interfaccia tecnica tra il Medico e l’animale, mantenendo la lucidità per garantire una gestione sensoriale precisa anche sotto pressione. Di notte, in particolare, la sfida è doppia: bisogna saper gestire l’arrivo di un’urgenza con la massima velocità e, un minuto dopo, tornare a proteggere la quiete degli altri pazienti ricoverati per favorire la loro guarigione, senza mai dimenticare che il paziente arrivato in urgenza è accompagnato da un proprietario la cui ansia e paura raddoppiano anche solo perchè si trova col suo animale in un pronto soccorso alle 3 di notte. In un PS non esiste noia, esiste solo un’attenzione costante che deve restare altissima per tutto il turno.
La mia attività finisce solo quando ho la certezza di aver passato al collega un quadro chiaro e stabile di ogni individuo. Non si tratta solo di aver spuntato delle terapie su una cartella, ma di aver garantito che, nonostante il caos e l’imprevedibilità tipici di un’urgenza, la stabilità emotiva e fisica di ogni singolo Cane sia stata tutelata.

Quali sono le situazioni più piacevoli che ti capitano?

Non c’è niente di più rigenerante delle nascite: sono eventi che portano un’energia incredibile a tutto il team. E poi, ovviamente, la soddisfazione immensa di vedere un paziente che è entrato in condizioni critiche uscire dalla clinica e tornare a casa sulle proprie zampe: è in quel momento che capisci il senso profondo di ogni ora passata a monitorare un box o di ogni notte in bianco.

E le più difficili?

A livello umano, la sfida più grande è senza dubbio l’accompagnamento nel fine vita. Nonostante la necessità di mantenere un rigore professionale per garantire la dignità del momento, l’impatto emotivo di sostenere un animale e la sua famiglia in quel passaggio resta la parte più densa e complessa del nostro mestiere. Non ci si abitua mai, si impara solo a gestire il carico per restare lucidi e d’aiuto.
Il saluto finale alla propria creatura tocca il limite estremo del nostro lavoro. Io credo che l’ultimo saluto non sia solo un momento di dolore, ma l’ultimo atto di cura a 360 gradi che possiamo offrire a un paziente. In quel momento, il nostro compito tecnico non finisce, cambia obiettivo: non lavoriamo più per la guarigione, ma per la dignità e la totale assenza di dolore e stress. Accompagnare un animale e la sua famiglia alla fine del percorso significa gestire con estrema precisione l’ambiente e la comunicazione. Come tecnici, dobbiamo assicurarci che il distacco avvenga in un contesto protetto: luci soffuse, silenzio, assenza di odori clinici molesti e, soprattutto, una gestione farmacologica impeccabile che garantisca una sedazione profonda e serena prima di ogni altra procedura.
Il mio ruolo è anche quello di fare da scudo ai proprietari, spiegandogli con calma cosa succederà fisiologicamente, affinché non sia spaventato da reazioni naturali del corpo che potrebbero essere fraintese come sofferenza. Dare al proprietario gli strumenti per capire quel momento significa permettergli di viverlo con la consapevolezza di aver fatto l’ultimo grande atto d’amore per il proprio Cane: evitargli il dolore e garantirgli la pace. In fondo, un buon nursing si vede proprio qui: nel saper trasformare un momento potenzialmente traumatico in un passaggio silenzioso, rispettoso e profondamente dignitoso.

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Lauretana

La mamma umana di Oban, autrice di Senti chi Abbaia, ama la montagna, leggere e scrivere, ha un debole per la mozzarella. Pensa che i cani siano creature straordinarie e la vita con loro un'esperienza oltre l'immaginabile che, incredibile ma vero, si scopre nella sua straordinarietà ogni giorno, anche dopo tanti anni con il cane.

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